Molto tempo fa, in una città vicino al mare, viveva un mercante. Non era tra i più ricchi del posto, ma nemmeno tra i più poveri. Poteva concedersi una vita agiata e molti capricci che buona parte della popolazione non avrebbe nemmeno sognato. La moglie del mercante era morta molti anni prima, e ora lui viveva solo con la servitù e la sua unica figlia. Questa giovane rispondeva al nome di Serafina. Era conosciuta in tutta la città per la sua superba bellezza e molti rampolli di altre importanti famiglie avevano già chiesto la sua mano; tuttavia il padre credeva che lei fosse ancora troppo giovane per prender marito, perciò per ora aveva rifiutato tutte le proposte.
Serafina, per quanto fosse di bell'aspetto, aveva un carattere non altrettanto splendente: era viziata, scortese con la servitù, vanitosa ed egocentrica. Abituata ad essere coccolata dal padre, dal carattere mite ed accomodante, era cresciuta senza mai sentirsi dire di no, e si aspettava di essere servita e riverita da chiunque le stesse intorno.
Un giorno il cugino del mercante, anche lui ricco e importante, organizzò una grande festa nella sua villa, alla quale ovviamente invitò anche Serafina e suo padre. Quando lo seppe, la ragazza saltò di gioia, perché era sempre felice di spettegolare insieme alle altre ragazze dell'alta società o di ballare con i bei giovanotti della marina. Ma la sera stessa cominciò subito a lamentarsi di non avere niente da indossare, in quanto si sarebbe rifiutata di mettere un vestito già usato ad un altro ricevimento e sfigurare così davanti agli invitati. Insistette così tanto e così a lungo, che alla fine il padre acconsentì a chiamare il giorno seguente una sarta che gliene preparasse uno.
La mattina dopo un'anziana signora venne a prendere le misure a Serafina e scegliere con lei la stoffa e, dopo una settimana di intenso lavoro, tornò con l'abito confezionato.
Serafina ordinò alle sue serve di aiutarla a provarlo davanti al grande specchio della sua camera e così fecero. Era davvero uno stupendo vestito da sera: la gonna era di seta, e sullo sfondo color sabbia si rincorrevano rose e rampicanti; il corsetto di raso, invece, era decorato da fiocchi e pizzi e le cingeva la vita in modo perfetto. Solo un particolare turbava Serafina: non era ancora riuscita a trovare un paio di scarpe il cui accostamento con il vestito la soddisfasse. Così, quando il padre entrò per vedere come stava, esclamò, quasi parlando a se' stessa:
«Oh, come vorrei poter abbinare a questo vestito delle graziose scarpette d'oro! Nessun altro colore gli renderebbe giustizia! Purtroppo non ho niente del genere nel mio armadio, e alla fine dovrò indossare l'abito bianco di organza con le ballerine di seta rosa…ed è un vero peccato, avendo fatto confezionare questo vestito apposta per l'occasione…è uno spreco, ma non importa. Non avrebbe senso metterlo con delle scarpe che non ci stanno bene. Sarà per un'altra volta.» E, detto questo, cominciò a farsi slacciare il corsetto.
Il padre riflettè, poi le chiese: «Se avessi queste scarpette dorate, lo useresti davvero quel vestito alla festa?»
La giovane sospirò. «Naturalmente, come non potrei? Delle scarpe così, con questo abito, mi renderebbero sicuramente la ragazza più bella della città…e anche la più felice.» aggiunse, con aria sognante.
«Allora immagino non ci sia altro da fare.» concluse l'uomo. «Tieni fuori il vestito, entro stasera avrai le tue scarpe.»
Serafina lanciò un gridolino di gioia e saltò al collo del padre, baciandolo una, due, tre volte sulle guance. «Oh, padre, vedrai!» disse, abbracciandolo. «Ti renderò fiero di me! Sarò la ragazza più elegante e ammirata della festa e tutti verranno a farti i complimenti per la tua splendida figlia!»
E infatti la sera stessa, il mercante torno a casa con una scatola che le consegnò. Era chiusa da un elegate fiocco arancione di raso e aveva un bigliettino che recava la scritta "Per la ragazza più bella della città".
Serafina lo aprì feneticamente, strappando la delicata carta velina al suo interno, e tirò fuori due bellissime scarpette da ballo interamente d'oro. Le fissò estasiata, tenendole in mano come se fossero stati due preziosissimi tesori, poi le mise ai piedi e gioì nel constatare che le si adattavano perfettamente. Fece qualche passo e infine una piroetta per vedere quanto fossero comode, infine si girò verso suo padre e, con il sorriso più sincero del mondo, lo abbracciò e baciò ancora, ringraziandolo mille volte. Poi trotterellò via a passo di danza, facendosi ammirare da tutta la servitù, senza nemmeno accorgersi, nella sua smisurata felicità, di quanto il volto di suo padre fosse provato e preoccupato.
Mancavano ancora vari giorni al ricevimento, ma il mattino seguente Serafina volle subito uscire con indosso le sue scarpe nuove, bramosa dell'ammirazione e dell'invidia che avrebbe suscitato in quelli che l'avessero vista.
Così le indossò e si diresse verso la zona del porto, con la scusa di voler vedere il mercato con le serve incaricate di fare la spesa per la cena. Camminando, stava attenta a tenere la gonna leggermente sollevata, quel tanto che serviva a lasciar intravedere il luccichio dei preziosi gioielli ai suoi piedi, ma mai abbastanza da rivelare troppo le caviglie. Ben presto la gente cominciò a guardarla affascinata e lei si crogiolò nel sentire i loro bisbigli, mentre indicavano le inusuali calzature che forse solo una principessa si sarebbe potuta permettere di indossare.
Tra questi intravide una giovane pescivendola, che doveva avere più o meno la sua età. Nonostante avesse un viso piuttosto carino e un corpo ben proporzionato, non era assolutamente paragonabile a Serafina: la faccia era sporca di fango e grasso, le mani ricoperte di tagli, il vestito lacero e il portamento tutt'altro che aggraziato, per non parlare del suo odore…giusto per fare un confronto, Serafina rivolse uno sguardo ai suoi piedi: indossava semplici zoccoli di legno, piuttosto vecchi e probabilmente riciclati da qualcun altro, visto che sembravano troppo grandi per lei. La figlia del mercante si lasciò sfuggire un sorriso di soddisfazione e l'altra giovane dovette accorgersene, perché distolse il volto arrossendo di collera e imbarazzo.
Proprio mentre si compiaceva della sua superiorità, un uomo nascosto tra la folla le si avvicinò alle spalle e le premette un pugnale sul fianco.
«O la borsa o la vita, principessina. Dammi tutte le cose di valore che hai, compresa la collana e gli orecchini che indossi, e non dovrò farti morire dissanguata in mezzo a tutta questa gente.»
Serafina non era mai stata tanto spaventata in vita sua. Era capitato che dei ladruncoli avessero rubato in casa sua, ma era successo mentre lei dormiva perciò non aveva corso nessun reale pericolo. Ma ora, con quella lama appuntita che minacciava di trafiggerle il ventre, si rese conto di aver fatto una stupidaggine ad uscire con quelle scarpe dorate, palesando apertamente la sua ricchezza a tutti quei plebei affamati! Tremando, cominciò a slacciarsi la collana di perle che portava al collo e pregò con voce flebile l'uomo dietro di lei perché la risparmiasse. Quest'ultimo sembrò trovare la cosa divertente, probabilmente perchè nessuna signorina di buona famiglia gli si era mai rivolta in tono così servile, e ne rise di gusto. Ma la risata si trasformò presto in un urlo di dolore, seguito da un'imprecazione.
Sentendo mancare l'appoggio dietro di sé, Serafina cadde di schiena sull'acciottolato e, quando si fu ripresa dallo shock, si girò a guardare cos'era successo al suo aggressore.
Un ragazzo robusto e muscoloso lo teneva fermo per terra, torcendogli il braccio destro dietro la schiena, e in quel momento era impegnato a togliergli l'arma di mano. Subito dopo vennero raggiunti da un gruppo di guardie a piedi che si occuparono del malintenzionato.
Nel frattempo, il ragazzo si era rialzato e si stava avvicinando a Serafina. Le tese una mano per aiutarla a rimettersi in piedi e le chiese: «State bene, Signorina? Siete forse ferita?»
Serafina riuscì solo a scuotere la testa e afferrare la mano, da incantata che era. Come poteva trovarsi un ragazzo tanto meraviglioso in mezzo a quella marmaglia?, si stava chiedendo. Il suo viso aveva tratti squadrati, ma affascinanti, che incorniciavano due profondi occhi nocciola. Non sembrava nemmeno far parte di quella classe sociale, tanto nobili e raffinati erano il suo portamento e il suo modo di parlare. Se non fosse stato per gli abiti da lavoro e le macchie di grasso, lo si sarebbe potuto credere un principe. Forse non era davvero una tale meraviglia, ma così appariva agli occhi di Serafina, ancora stordita dallo spavento, che lo vedeva come il suo salvatore ed eroe.
Lui le diede una veloce occhiata per vedere che stesse davvero bene e, quando il suo sguardo cadde sulle scarpette, le si rivolse di nuovo con tono gentile: «Dovrebbe stare più attenta, Signorina. Non è prudente girare per queste strade con oggetti preziosi. C'è molta gente che potrabbe approfittarne, e questa volta è stata solo la provvidenza a salvarvi.»
Serafina annuì e lo ringraziò, recuperando un po' di colorito per l'imbarazzo di essere stata così imprudente. Allora lui la salutò e la lasciò lì, mentre veniva raggiunta dalle serve che si informavano preoccupate su come stesse.
Quando arrivò a casa stava ancora pensando al giovane incorntrato al mercato. Aveva un'aria così distratta e sognante che il padre le chiese varie volte cosa fosse successo, ma lei rispondeva sempre che non c'era niente, dimenticandosi perfino di riferirgli della tentata rapina.
Così passarono i giorni, e la sera della festa Serafina si rese conto di non poter in alcun modo dimenticare il bel giovane incontrato al mercato. Nonostante la riempissero di complimenti per il vestito e le scarpe, non riusciva mai a sentirsi soddisfatta come avrebbe voluto e non fu mai a proprio agio mentre ballava con gli affascinanti ufficiali della marina che la lusingavano e corteggiavano. Come lei aveva previsto, anche il padre ricevette molti complimenti per la bellezza della figlia, e il numero dei giovani che allusero ad una possibile proposta matrimonio fu notevolmente maggiore del solito. Tuttavia anche lui percepì la preoccupazione della figlia e non riuscì a godere appieno della serata.
Dal giorno dopo, Serafina accompagnò sempre al mercato le serve, indossando abiti semplici e poco vistosi, solo per poter rivedere il suo salvatore. Non riuscì mai a trovare il coraggio di parlargli e passò le mattine ad osservarlo mentre lavorava. A volte lui si accorgeva della sua presenza e ricambiava i suoi sguardi con un sorriso gentile, al che lei si nascondeva nelle ombre, vergognandosi di essere stata così indiscreta.
Poche settimane dopo la festa, il padre la mandò a chiamare per parlarle in privato nel suo studio. Lei lo raggiunse, chiedendosi cosa potesse esserci di tanto importante, e lui cominciò:
«Ascoltami, figlia mia. All'ultimo ricevimento al quale abbiamo partecipato, tanti sono stati i consigli e gli apprezzamenti che ho ricevuto, che sono giunto ad una conclusione: è giunta l'ora che tu prenda marito. Tuttavia non sarò così prepotente da importi un uomo che tu non apprezzi e rispetti, perciò lascierò che sia tu a scegliere chi passerà al tuo fianco tutta la vita.»
Serafina lo fissò incredula. «Davvero padre? Dici sul serio?»
«Sì, mia cara. Hai forse già qualcuno in mente? Un ufficiale del porto? O il fratello di qualche tua amica?»
La ragazza arrossì un po'. «Si, padre, ho in mente qualcuno. Ma non è un importante ufficiale, ne' l'erede di una ricca famiglia…»
«Di chi si tratta, allora?» chiese lui, curioso.
«È un giovane che lavora al porto.» disse, mordicchiandosi imbarazzata un labbro. «Si occupa di scaricare le merci dalle navi appena approdate.»
L'uomo la fissò dubbioso per qualche istante, poi si alzò ridacchiando. «È forse uno scherzo questo? Perché mai il mio fiorellino vorrebbe sposare un uomo senza patrimonio e senza una carica importante?»
«Non è uno scherzo, padre.» rispose lei con una nuova fermezza. «E desisero sposarlo perché lo amo!»
Improvvisamente il volto dell'uomo divenne pallido e contratto e per un momento gli mancò l'aria. «Tu... lo ami?»
«S-sì.» balbettò lei, sconcertata da questa reazione. «Mi sono innamorata di lui dal primo momento che l'ho visto…quando mi ha salvata…»
A questo punto il padre, senza lasciarle finire la frase, scoppiò in lacrime, lanciando un grido di dolore.
«Ti prego, padre!» gridò lei, avvicinandoglisi. «Non mi importa se non saremo ricchi o non vivremmo tra gli agi, io voglio solo passare con lui il resto della mia vita! Lo amo, come non ho mai amato nessuno…e poi non ti lascerò solo, verrò qui a trovarti…»
L'uomo la interruppe di nuovo, accarezzandole la testa: «No, figlia mia, non è per questo che sono addolorato…tu…devi perdonarmi…ho commesso un peccato terribile…»
La strinse a sé e continuò a raccontare, mentre lei ascoltava in silenzio:
«Devi sapere che da un po' di tempo la mia ditta non naviga in buone acque…abbiamo avuto delle grosse perdite negli scorsi mesi: un po' per degli investimenti andati male, ma anche per i regali costosi che continuavo a comprarti…così, quando sono andato a prendere le scarpe d'oro, non sono riuscito a pagarle…ma non avevo la forza di tornare da te a mani vuote, di vedere il tuo volto addolorato! Così ho fatto un patto con una donna, una strega…e, in cambio della somma che mi serviva, ho acconsentito che lei potesse impadronirsi della tua giovinezza qualora ti fossi innamorata…» Si staccò da lei per guardarla negli occhi. «Mi duole dirlo, ma in quel momento ho pensato che la tua indole egoista ti avrebbe impedito di donare a qualcuno il tuo cuore, e ti saresti sposata con qualcuno che ci avrebbe aiutati a rimettere in sesto la società! Perdonami, Serafina! Perdonami, fiore mio!»
Serafina non fece nemmeno in tempo a stupirsi per la tremenda rivelazione, che subito succese l'inevitabile: le sue ossa d'improvviso furono troppo deboli per sorreggerla, la sua pelle cedette al peso delle rughe e i suoi capelli divennero secchi e bianchi. Il padre chiamò in fretta le serve, che lanciarono grida di terrore quando videro cos'era successo, ma lui ordinò loro di condurla in camera per riposare.
Vennero chiamati vari medici dalla città, che poterono soltanto alleviare le sofferenze del corpo vecchio e stanco. Serafina passò un'intera settimana ammutolita, ancora sotto shock per i fatti accaduti.
Quando cominciò a sentirsi meglio, tornò a pensare con tristezza al ragazzo di cui era innamorata: se fosse andata da lui, di certo non avrebbe mai accettato di sposarla, anzi, l'avrebbe trattata con disprezzo…o forse no? In fondo, se la stessa cosa fosse successa a lui, lei non l'avrebbe amato comunque? Sì, doveva essere così! Anche se una maledizione tremenda si opponeva a quell'unione, il loro amore avrebbe prevalso e avrebbero comunque passato insieme una vita felice. Forte di questa convinzione, chiamò due serve perché l'accompagnassero al porto e comunicò al padre le sue intenzioni. Questo, triste e dubbioso, acconsentì con amarezza, se non altro per rendere felici i pochi giorni che le rimanevano. Le serve la vestirono con abiti eleganti, la pettinarono e la profumarono, e poi si diressero al porto sorreggendola lungo il cammino.
Quando arrivarono, lei si fece subito condurre dal giovane e, senza indugiare, gli si presentò, gli spiegò chi fosse e cosa le fosse successo, e infine gli rivelò i suoi sentimenti e il suo desiderio di trascorrere la vita con lui.
Era già certa del suo consenso,e stava già decidendo in quale chiesa si sarebbe svolto il matromonio, quando lui rispose:
«Mi dispiace, Signorina, ma non posso davvero accettare. Il mio cuore appartiene già ad un'altra donna, da molto tempo. Io e la figlia del pescivendolo siamo promessi e ci sposeremo tra un mese.»
Serafina lo fissò interdetta. E subito dopo, non vide più in lui il principe meraviglioso che aveva sempre immaginato: ma solo un normalissimo uomo, con il viso scalfito dal lavoro, cortese e gentile, ma soltanto per rispetto e buona educazione. Con la voce stanca, farfugliò delle felicitazioni e si fece portar via.
Dopo quel giorno, Serafina non si mosse più dal suo letto, non parlò più, non mangiò più. E morì nella miseria, nella solitudine e nell'infelicità, maledicendo in continuazione il giorno in cui aveva desiderato quelle scarpette d'oro.











