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Entrai nella stanza e richiusi dietro di me la pesante porta di legno.
«Togliti le scarpe, o rovinerai la moquette.» dissi una vocina civettuola.
Obbedii e lasciai i miei mocassini vicino all'entrata.
Tutto nella stanza era rosa: i muri erano rosa; le tende erano rosa; i mobili erano rosa; e, ovviamente, anche la moquette era rosa.
Anche la bambina seduta al tavolino da tè indossava un vestio di taffettà color caramella, che la faceva sembrare una meringa. I capelli, invece, erano neri come petrolio e intrecciati in due crocchie; ma erano così scuri che sembrava avessere attaccato due gomitoli di lana ai lati della testa della bambina.
Ah, quella bambina. Mi sembrava di conoscerla. Mi dava le spalle ed era intenta a versare il tè ad una giraffa e un elefante viola. No, erano solo due pupazzi.
«Beh, pensi di startene là in piedi tutto il tempo?» mi chiese ad un certo punto, un po' scocciata. «Almeno siediti e prendi un po' di tè con noi.»
Mi sedetti davanti a lei, nell'unico posto libero. Anche se ce l'avevo di fronte, non riuscivo a distinguere il suo viso…eppure ero sicuro di conoscerla.
Mi passò una tazzina e io feci per portarla alle labbra, ma mi fermai accorgendomi che era vuota.
«Ma…è vuota.» dissi, sconcertato.
«Ovvio, che domanda stupida.» rispose lei, con un'alzata di spalle. «Questo è solo un gioco. Credi che serva del vero tè a dei pupazzi?»
Riposi la tazza nel piattino, un po' deluso. Mi guardai intorno. Tutto quel rosa cominciava a darmi fastidio. Poi mi ricordai di un trucco che mi aveva insegnato un amico e portai lo sguardo alla mia mano destra.
Mi rivolsi di nuovo alla bambina. «Tutto questo è un sogno, vero?»
Lei sbuffò. «Altra domanda stupida, altra risposta ovvia.»
Continuò a versare il finto tè nelle tazze, con tutta la tranquillità del mondo.
«Ma allora tu chi sei?» le chiesi. Avevo capito di essere in un sogno, quindi prima di svegliarmi volevo almeno capirne il significato.
La bambina fece un lungo sospiro che rieccheggiò a lungo nella stanza. Sorseggiò dalla propia tazza e poi indicò la mia. La osservai. Improvvisamente si era riempita di un liquido rosso-bruno, con una polverina scura sul fondo. Lei fece un altro gesto incoraggiante, così mi azzardai a berlo. Effettivamente sapeva di tè (non credevo che in sogno i sapori si potessero sentire così distintamente), ma aveva un aroma particolare…nostalgico. Sentivo di conoscere anche quello.
«Avevi cinque anni.» disse la bambina. «Accidenti, eri proprio un bricconcello a quel tempo. È così che sei entrato la prima volta nel mio giardino.»
Cominciavo a ricordare qualcosa, anche grazie al sapore del tè, ma mancava ancora qualche pezzo…
«Sono stata il tuo primo amore. Non negarlo, eri cotto di me. Rubavi i fiori dal giardino dei MacPherson, nonostante nel mio ci fosse un roseto gigantesco.»
«Perché a te piacevano le fresie…» sussurrai, rimetteno insieme i ricordi.
Lei annuì. Ormai il suo volto era molto più nitido, mentre il rosa della stanza aveva comnciato a sbiadirsi. «Era bello stare con te. Io ero troppo malata, al massimo potevo andare dal letto al dondolo in terrazzo. Ed era là che ci siedevmo a bere il tè alla menta.» Dicendo le ultime parole, sollevò la tazza nella mia direzione.
Abbassai lo sguardo e poi la guardai di nuovo sorridendo. «Sarah Lockhart. Ma che fine avevi fatto?»
Lei si strinse nelle spalle, un gesto che ricordavo come suo abituale. «Due anni dopo che ti sei trasferito sono morta. Per quello non rispondevo più alle lettere. Comunque non ho sofferto.»
Avrei voluto dire "Mi dispiace", ma sentivo che non erano le parole giuste. «Cosa sei venuta a dirmi, Sarah?»
Lasciai che sorseggiasse un altro po' di tè e attesi. «La tua ragazza. Vorrebbe sposarti, e lo sai. Perché hai tanta paura?»
Il mio sguardo si fece triste. «Non lo so.» risposi.
«È per via di me?»
In quel momento capii. Non avevo mai avuto il coraggio di chiedere alla mia ragazza di sposarmi, perché volevo il permeso di Sarah. Una cosa impossibile. Fino a quel momento.
Sarah sorrise e poi tornò ad essere proprio come la ricordavo. Con il lunghi capelli corvini sciolti, che le scendevano fino alla vita. La pelle pallida, bianca, come la delicata camicia da notte che indossava. E intorno a noi il verde degli alberi, il profumo del tè alla menta e il cinguettio degli uccelli.
Mi baciò sulla fronte, accarezzandomi dolcemente i capelli. «Vieni alla mia tomba qualche volta. E portami delle fresie.» sussurrò, un attimo prima di svanire.
La sua carezza si confuse e si mescolò a quella della mia ragazza che mi svegliava.
Con serenità, aprii gli occhi su un nuovo giorno.
©2008-2009 ~JulietteSeven
:iconjulietteseven:

Author's Comments

evidentemente in questi giorni sono ossessionata da "alice nel paese delle meraviglie"... (lou sa di cosa sto parlando)

mmmh, non ho niente da dire a proposito di questo racconto, a parte che l'ho scritto a notte fonda...forse è per qesto che parla di un sogno...

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Comments


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:iconshultz14:
è molto molto bello...eh si, tu in un futuro farai la scrittrice...lo dice la mia sfera magica...hmhm!!!
:iconjulietteseven:
eh si, proprio....ma io voglio fare la ricercatrice, anche se sarò sottostipendiata! T^T

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"We all eat an handful of dirt before we die, Annie. Who cares if it tastes like cherries?" - Kat, Gunnerkrigg Court
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Sorry for my awful english.
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My avatar is made by ~CreepyShow
:icondante-kerensky:
Ha risvegliato in me una briciola di sensibilità nonostante la giornata nevrotica! Davvero bello!

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Il libero arbitrio non è un dono. E' una dote che va esercitata ogni giorno.
:iconjulietteseven:
grazie, gentilissimo! ^-^
fa sempre piacere sentirsi dire cose del genere....

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"We all eat an handful of dirt before we die, Annie. Who cares if it tastes like cherries?" - Kat, Gunnerkrigg Court
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April 26, 2008
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